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Politica

Brexit, il divorzio del Regno Unito dall’Ue in 10 punti

Febbraio 2019

Dal referendum di giugno 2016 alle trattative sull’accordo, con il rischio del “no deal”. Tutte le tappe principali per capire come funziona il divorzio della Gran Bretagna dall’Ue.

Con la vittoria del Leave al 51,9%, il 23 giugno 2016 si è avviato il processo per la Brexit, ossia l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Un processo tutt’ora in corso, con il governo britannico che fatica a far approvare l’accordo raggiunto con Bruxelles in vista del divorzio previsto per il 29 marzo 2019. Ma soprattutto un percorso che comporta diverse conseguenze economiche e politiche. Ecco dieci punti per capire qualcosa in più.

Una convivenza complicata

La Gran Bretagna è membro della Comunità economica europea dal 1973. Dopo le dimissioni di Margaret Tatcher, che più volte aveva criticato i contributi economici che la Gran Bretagna versava a Bruxelles, il successore John Major firmò nel 1992 il trattato di Maastricht, avviando un periodo di distensione. Nel febbraio 2016, il primo ministro David Cameron negoziò un nuovo accordo con l’Ue e scelse di indire un referendum sulla permanenza nell’Unione. Il 23 giugno 2016 al referendum prevalsero con il 51,9% gli elettori favorevoli all’uscita. A seguito del risultato, David Cameron si dimise. Theresa May vinse le primarie del Partito conservatore, diventando poi primo ministro. Nel 2017 andò a elezioni anticipate, con l’obiettivo di ottenere una maggioranza più forte per i conservatori per rafforzare il governo in vista dei negoziati per la Brexit, ma al contrario il partito perse la maggioranza.

Il divorzio

L’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea prevede l’uscita di uno Stato membro dall’Ue. La Corte suprema del Regno Unito il 24 gennaio ha stabilito che prima di procedere all’attivazione dell’articolo 50 debba essere consultato il Parlamento, che di seguito ha approvato la legge nota come European Union Act 2017. A sua volta, il Parlamento europeo ha votato la risoluzione per il negoziato d’uscita. I negoziati sono partiti a Bruxelles il 19 giugno 2017, alla presenza del capo negoziatore dell’Ue Michel Barnier. 

Le date

La premier Theresa May ha proposto l’uscita del Regno Unito dall’Ue per le 23 ore locali del 29 marzo 2019. In seguito è stato raggiunto anche un accordo di massima su un “periodo di transizione” in cui, dopo il 29 marzo 2019, tutto dovrebbe restare invariato fino a fine 2020. Ma, viste le difficoltà politiche che Theresa May sta incontrando nell’approvazione dell’accordo, è probabile che la data del 29 marzo ora slitti.

Relazioni commerciali

Theresa May ha concordato con l’Unione europea che il Regno Unito aderirà alle quattro libertà richieste per poter partecipare al mercato unico europeo anche dopo il 29 marzo 2019, finché non troverà una soluzione per poter controllare il flusso di merci e persone da e verso l’Irlanda, senza implementare controlli di frontiera. In base al cosiddetto “piano di Chequers”, inoltre, dovranno esserci regole comuni su diversi beni, inclusi alimenti e prodotti agricoli. Nel luglio 2018, si dimettono il ministro della Brexit David Davis e il ministro degli Esteri Boris Johson, in disaccordo con i principi “soft” sulle relazioni future tra Uk e Ue adottati dal governo. Al loro posto vengono nominati Dominic Raab e Jeremy Hunt. 

L’accordo con l’Ue

Nel novembre 2018 Regno Unito e Ue raggiungono un accordo provvisorio sul testo del trattato che regolerà la Brexit. Tra i vari punti, Londra continuerà a contribuire al budget Ue per tutto il periodo di transizione, stabilirà uno statuto speciale per l’Irlanda del Nord e per i servizi finanziari godrà della cosiddetta equivalenza rafforzata. I 27 leader dell’Ue radunati nel Consiglio europeo straordinario approvano la bozza di accordo. In disaccordo con l’accordo raggiunto, si dimette – tra gli altri – anche il ministro per la Brexit Dominic Raab, sostituito da Stephen Barclay. A gennaio 2019 la Camera dei Comuni britannica boccia l’accordo sul divorzio dall’Ue raggiunto da May.

Backstop

La parola “backstop” si può tradurre con “rete di protezione”: indica una soluzione di sicurezza sul confine tra Irlanda e Irlanda del Nord nel caso in cui i negoziatori europei e britannici non trovino un accordo su Brexit. Una sorta di assicurazione che permetterebbe all’Irlanda del Nord di rimanere nel mercato comune europeo e nell’unione doganale senza che vengano ripristinati i controlli alla frontiera con l’Irlanda. In questo modo l’Irlanda del Nord resterebbe nell’Ue dal punto di vista economico, mentre il resto della Gran Bretagna si troverebbe fuori. La questione sul confine irlandese è una delle più discusse all’interno dell’accordo.

Hard e soft Brexit

L’Hard Brexit” comporterebbe un’uscita secca del Regno Unito da tutti i trattati e le istituzioni dell’Unione Europea. La “Soft Brexit” permetterebbe invece al Paese di beneficiare ancora del mercato unico e altre agevolazioni di cui godono gli stati membri dell’Ue.

Modello Norvegese

La Norvegia non fa parte dell’Unione europea ma dal 1994, insieme a Islanda e Liechtenstein, fa parte dello Spazio Economico Europeo (See), che prevede la libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali con i paesi dell’Ue. È questo il modello proposto da Bruxelles al governo May, che però ha rifiutato. 

No Deal

Letteralmente, “nessun accordo”. Quest’espressione si usa per indicare la prospettiva in cui l’Unione europea e il Regno Unito non riescano a mettersi d’accordo sui loro futuri rapporti. Il dovorzio avverrebbe quindi senza che siano stabilite nuove regole formali sui rapporti commerciali tra i Paesi dell’Unione e il Regno Unito.

Brexodus

Con questo termine di indica la fuga dalla Gran Bretagna delle aziende in vista della Brexit. Diverse società e banche hanno già annunciato lo spostamento del quartier generale al di fuori del Paese. La questione principale è mantenere il “passaporto europeo” per competere ad armi pari con le società continentali nel mercato Ue.
 
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Fonte: Pictet AM Italia