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Investimenti

Come sta cambiando il Made in Italy fra tradizione e nuove sfide

Agosto 2019

Il marchio Italia è ancora forte in alcuni settori tradizionali, chiamati però a competere sul mercato internazionale. Mentre avanzano nuovi settori sempre più specializzati.

Il Made in Italy cambia, si evolve. Resta ancora molto legato ai suoi settori tradizionali, come tessile, agroalimentare e arredamento. Ma si sta allargando anche ad altri comparti, come meccanica e aerospazio. E deve ancora sfruttare le enormi potenzialità della Cina.

L'export Made in Italy

Secondo il Rapporto Ice 2018-2019 “L’Italia nell’economia internazionale, l'Italia è il nono Paese esportatore al mondo. Nonostante una decelerazione dell'export (che continua a crescere ma rallenta), il difficile quadro commerciale internazionale ha fatto sì che l'Italia aumentasse la sua quota di mercato, al 2,9%. Merito delle buone performance in Nord America e in alcuni mercati asiatici. Il ritmo è però più elevato in Ue (+4,1%) rispetto agli Stati extra-Ue (+1,7%). E resta ancora da sfruttare un colosso dove le esportazioni italiane non sono ancora riuscite a penetrare: la Cina.

Nel gigante asiatico, la quota di mercato dei beni prodotti in Italia è appena dello 0,9%, ben al di sotto di quella globale. Il nostro Paese è per Pechino solo il 24esimo partner mondiale e il quarto del'Ue (Regno Unito, Germania e Francia fanno meglio). La stessa Ice sottolinea come la Cina sia “un’opportunità”, con “grandi spazi di collaborazione nei macchinari, nella moda, nell’agroalimentare, nell’e-commerce e in Paesi terzi dell’Africa e del Sudest asiatico”.  Nel settore dei servizi le esportazioni italiane sono aumentate del 5,5% e detengono il 2,1% del mercato globale. Si tratta di una fetta ancora minore rispetto alle merci, ma – soprattutto grazie ai servizi turistici – si è interrotto il calo.

 

La “nuova” tradizione italiana

Nel 2018, i settori che più hanno brillato nell'export sono stati quello dei beni intermedi, il farmaceutico, l’Ict e il sistema moda. Analizzando i settori tradizionali, quelli che più spesso sono associati al marchio “Made in Italy”, l'Ice ha rilevato che molti di essi abbiano perso specializzazione nel corso degli anni. È il caso di tessile-abbigliamento e articoli in pelle. I mobili hanno invece confermato “un’intensa specializzazione commerciale”, pur sperimentando una maggiore concorrenza.

Restano fortemente specializzati anche i settori dei materiali da costruzione, della ceramica e delle bevande. Buoni i segnali dal comparto alimentare, che riflette “il crescente successo internazionale dei prodotti tipici del Made in Italy”. Si aggiungono poi la meccanica e l'aerospazio, che a partire dagli anni duemila hanno “progressivamente rafforzato i vantaggi comparati dell’industria italiana nei settori a offerta specializzata”. Nell'ultimo biennio, l'Ice segnala anche la “notevole crescita nella specializzazione di navi e imbarcazioni” e un percorso evolutivo nella chimica e nel settore autoveicoli. Segnali che l'Ice interpreta in due modi: da un parte è in corso una “trasformazione della struttura settoriale”, con le specializzazioni italiane che tendono a convergere verso i modelli tipici degli altri grandi Paesi Ue, come Germania e Francia. Dall'altra, l'Italia non sembra volersi allontanare dal cuore “tradizionale” del Made in Italy, che però è chiamato alla sfida di “adeguarsi al nuovo contesto competitivo internazionale”.