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Mercati

I mercati emergenti mettono il turbo, nonostante Trump

Maggio 2018

I mercati emergenti continuano ad andar bene nonostante il rialzo dei tassi della FED e la guerra commerciale innescata da Trump contro la Cina.

Sono una delle classi di investimento che va meglio sui mercati. Nell’ultimo anno l’indice delle Borse emergenti ha guadagnato il 23,4%, contro il +15% di Wall Street e un +1,27% delle Borse europee. I mercati emergenti continuano ad andar bene, nonostante il rialzo dei tassi della Federal Reserve e la guerra commerciale innescata dal presidente americano Donald Trump contro la Cina. Dall’inizio del 2018, il paniere degli emergenti ha avuto performance mediamente maggiori del 2,4 per cento rispetto al mercato azionario globale.
Eppure, questi mercati sono stati spesso tra le classi di investimento più vulnerabili alle strette monetarie della FED: "un rialzo dei tassi americani di solito tende a rafforzare il dollaro, che è la valuta in cui è denominata gran parte dei debiti contratti da governi e aziende dei Paesi emergenti. Ma questo rafforzamento del dollaro stavolta non c’è stato" (dal Sole 24 Ore). Nello stesso tempo, i Paesi emergenti hanno beneficiato dell’aumento dei prezzi delle materie prime, dalla soia all’alluminio, di cui sono grossi produttori.
Né la guerra dei dazi innescata da Trump ha intaccato le performance dei mercati emergenti, che pure sono stati i maggiori beneficiari della globalizzazione. I mercati ora non sembrano preoccuparsi più di tanto. Anzi c’è chi vede un’occasione nelle schermaglie tra Cina e USA. La lite oltreoceano potrebbe accelerare la crescita del commercio intra-regionale tra mercati emergenti e altri processi già in corso relativi al commercio internazionale, spostando sempre più il baricentro lontano dagli USA.
Tra i prossimi step, c’è il nuovo accordo commerciale multilaterale RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) tra Paesi asiatici, promosso dalla Cina, che comprende India, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud e i paesi Asean dell’Asia meridionale. Queste nazioni rappresentano ben il 40% del commercio mondiale. Senza dimenticare il partenariato Trans Pacifico, negoziato da Obama e cancellato da Trump. Le altre 11 nazioni rimaste vanno avanti coi negoziati, anche senza gli USA.

E sempre da Pechino arriva il progetto della nuova via della seta, con la costruzione di infrastrutture che facilitino gli scambi commerciali tra Europa e Cina. Con buona pace di Washington.