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Economia e finanza

Si chiude l’era del Quantitative Easing e si torna alla normalità

Agosto 2018

Da gennaio 2019, dopo un processo graduale, la BCE stopperà l’acquisto di titoli di Stato dei Paesi europei. Per i mercati sarà un ritorno alla normalità, ma ci saranno conseguenze per governi, cittadini e imprese.

Il prossimo gennaio si chiuderà un’era straordinaria, durata quasi 4 anni. Era il marzo del 2015 quando il presidente della BCE Mario Draghi annunciò il Quantitative Easing per i Paesi dell’Eurozona in grado di soddisfare i requisiti richiesti. Pompare liquidità sui mercati, sostenere il debito pubblico dei Paesi coinvolti e limitare i rischi di deflazione i principali obiettivi di questo programma, fondamentale per la ripresa economica del Vecchio Continente. Vediamo quali saranno i principali cambiamenti dal prossimo gennaio.

Una rinuncia graduale alla stampella del QE

Come da protocollo, l’Eurotower non taglierà di netto il sostegno del QE ai Paesi europei, ma sarà un processo graduale: tra ottobre e dicembre, attraverso il tapering, verranno investiti 10-15 miliardi di euro al mese in titoli di Stato al posto degli attuali 30 miliardi. Poi ognuno per la sua strada (salvo stravolgimenti del contesto economico e finanziario mondiale) e ogni Paese dovrà andare sul mercato per accordarsi con gli acquirenti. Un ulteriore aiuto sarà il blocco dei tassi di interesse da parte della BCE almeno fino all’estate del prossimo anno, ma è già stato specificato che proseguirà per un periodo prolungato. Inoltre, Draghi ha assicurato che continuerà a investire in nuovi titoli di Stato grazie al capitale ottenuto dai bond in scadenza.

Senza QE interessi più alti e maggiore deficit per i Paesi europei

Dall’inizio del QE la BCE ha acquistato titoli di Sato italiani per un totale di 356 miliardi di euro e, con ogni probabilità, li terrà a lungo. Per comprendere bene la potenza di fuoco, basta fare due calcoli: quando il QE era stato lanciato e “valeva” 80 miliardi di titoli al mese, la BCE acquistava una cifra di Btp italiani che oscillava tra i 9 e i 12 miliardi. Poi, quando il programma è sceso a 60 miliardi al mese siamo passati a 7 destinati ai Btp, ora che siamo a 30 miliardi ogni 30 giorni la nostra fetta è pari a 3,5 miliardi al mese. Una volta chiusi i rubinetti il nostro Paese, così come tutti gli altri del perimetro QE, dovrà sopperire alla mancanza di questo super acquirente e rivolgersi al mercato. Inoltre, poiché la BCE non impostava le proprie strategie sull’acquisto dei titoli più convenienti, più sicuri o con aspettative di guadagno maggiore (cosa che fanno tutti gli altri investitori), le conseguenze saranno varie. Innanzitutto aumenteranno i tassi di interesse dei singoli titoli di Stato, perché diminuirà la domanda e il rischio di default dovrà essere pagato di conseguenza. In secondo luogo, ci sarà il rischio di un ampliamento del divario tra economie più forti (Germania) e quelle più deboli (Spagna, Italia), con conseguente aumento dello spread. Ciò porterà con molta probabilità a un aumento del deficit per il nostro Paese, del quale il governo dovrà sicuramente tenere conto nei prossimi mesi.

Cosa cambia per i prestiti bancari e i mutui

Le banche erogano prestiti e mutui alle famiglie italiane calcolando gli interessi a partire dai rendimenti dei titoli di Stato. Quindi, più saliranno i rendimenti dei Btp e dei Bot e più alti saranno gli interessi dei prestiti per cittadini e aziende. Secondo i calcoli degli analisti, i primi effetti della fine del QE per chi chiede nuovi prestiti si vedranno verso la metà dell’anno prossimo, mentre chi ha già avuto un prestito con tasso variabile sconterà l’aumento dei costi a partire dal 2020.