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Sostenibilità ambientale

La nuova arma contro l’inquinamento dei mari: i batteri mangia-plastica

Settembre 2019

Una ricerca dell’Università di Creta ha dimostrato che sia alcuni organismi naturali sia quelli bioingegnerizzati hanno dimostrato di saper degradare, trasformare e digerire le microplastiche presenti nei mari.

Il problema dell’inquinamento dei mari è ben lontano dall’essere risolto, ma forse l’uomo ha un nuovo alleato per contrastare la propria contaminazione delle acque di tutto il mondo. Uno studio pubblicato di recente sul Journal of Hazardous Materials ha sottolineato l’azione di batteri che si nutrono di microplastiche e contribuiscono così al loro degrado. Un meccanismo biologico totalmente naturale che infatti viene chiamato dagli scienziati “biodegradazione”.

La guerra delle microplastiche

Ogni anno l’uomo getta in mare 8 milioni di tonnellate di plastica, oltre 20.000 kg al giorno. Se proseguiremo con questi ritmi, entro il 2050 i nostri oceani avranno più plastica che pesci. Inoltre la maggior parte degli organismi marini ingerisce molte microplastiche, frammenti inferiori ai 5 mm che si staccano dai pezzi più grossi per l’azione del mare, del vento e delle radiazioni UV. In questo modo il livello della tossicità del nostro impatto su tutta la catena alimentare aumenta vertiginosamente, per poi tornare sulle nostre tavole nel pesce che mangiamo. Ecco perché è fondamentale trovare una forma di “spazzino dei mari”, come i batteri, per vincere questa guerra. La ricercatrice Evdokia Syranidou dell’Università di Creta ha spiegato nella pubblicazione che “una vasta gamma di organismi può stabilirsi sulla superficie (della plastica, ndr) esposta alle intemperie, utilizzandola come substrato e come fonte di carbonio”.

Il successo degli esperimenti con i batteri

Per testare l’efficacia di questi batteri, i ricercatori hanno raccolto direttamente dalle spiagge greche frammenti di polietilene, l’utilizzatissimo PET, e di polistirolo e li hanno immersi in vasche di acqua con due diverse tipologie di batteri: microrganismi che vivono in mare e ceppi bioingegnerizzati che possono vivere utilizzando PET e polistirolo come fonti per ricavare carbonio. Dopo 5 mesi di “lavorazione” i ricercatori hanno osservato i mutamenti e hanno scoperto che entrambi i tipi di batteri hanno degradato, trasformato e digerito la plastica per una riduzione totale dell’11% del peso del polistirolo e del 7% di quello del PET. 

L'enzima modificato per caso in laboratorio

Ma la scoperta dell’equipe greca non è stata un fulmine a ciel sereno. Nel 2018 alcuni ricercatori della Portsmouth University e del Laboratorio nazionale per le energie rinnovabili del ministero dell’Energia statunitense stavano collaborando per capire il comportamento del batterio PETase, chiamato così perché mangia il PET. Durante questi studi “sono andati più lontano, scoprendo per caso un enzima che è ancora più efficace per disaggregare le plastiche PET”, si legge nelle conclusioni pubblicate sul Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas). La natura, ancora una volta, ci ha teso una grande mano.