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Cambiamento climatico e mercati emergenti dopo il COVID-19

Premessa

Entro la fine del secolo, il mondo perderà quasi la metà della sua produzione economica potenziale . Questo è quanto ci aspetta se non riusciremo a compiere ulteriori progressi sul cambiamento climatico.

Laurent Ramsey
Co-CEO Pictet Asset Management, Managing Partner, Pictet Group
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Ma questa è solo una media. I mercati emergenti rischiano di andare ancora peggio, data la loro particolare vulnerabilità all'innalzamento del livello dei mari, alla siccità e al crollo della produzione agricola.

È uno scenario deprimente. Ma ci sono anche motivi di speranza.

Il consenso scientifico sul cambiamento climatico è ormai ampiamente condiviso e i governi, le singole persone e le aziende hanno iniziato ad agire. Grazie a una riflessione approfondita e a una pianificazione attenta è possibile fare molto di più. Soprattutto nel mondo emergente.

Ovunque, l'ingegno umano, i progressi tecnologici e la consapevolezza derivanti dall'esperienza e dall'istruzione sono tutte forze positive che guideranno l'impegno per contenere il cambiamento climatico e aiutarci ad adattarci ai suoi effetti.

Questo documento redatto dal Professor Cameron Hepburn e dal suo team presso la University of Oxford Smith School of Enterprise and the Environment offre un'analisi ampia e approfondita dei rischi e delle opportunità che le economie emergenti, e il mondo più in generale, devono affrontare in relazione al cambiamento climatico. Le loro conoscenze si basano sulle più recenti tecniche di modellazione economica e climatica.

È una ricerca che noi di Pictet Asset Management siamo orgogliosi di aver sponsorizzato. Le dinamiche descritte in questa relazione avranno un ruolo fondamentale per gli investitori nei prossimi decenni. Il ritmo con cui i governi agiranno determinerà il modo migliore di allocare il capitale, a livello regionale o tra le classi di attivi.

 

Integri le questioni legate al cambiamento climatico nella tua asset allocation?

La nostra responsabilità in qualità di gestori dei patrimoni dei nostri clienti consiste nel comprendere le forze che plasmano il mondo, non solo nel prossimo trimestre o in quello successivo, ma a volte anche nel corso della vita; in effetti, questo è lo spirito del nostro pionieristico approccio tematico. Si tratta, inoltre, di un approccio basato sul nostro impegno a investire nei mercati emergenti, che, nonostante le fluttuazioni di breve termine, presentano il maggiore potenziale di crescita economica nel lungo termine. Pensate solo agli enormi progressi compiuti da questi Paesi negli ultimi decenni.

Queste sono le basi su cui Pictet è cresciuta negli ultimi due secoli. Ma grazie al talento dei nostri analisti, economisti e gestori, sappiamo che c'è sempre molto da imparare. Per quasi un millennio, la comunità accademica di Oxford ha creato un bagaglio di conoscenze che ha influito profondamente sul corso dell'umanità. La nostra stessa storia dimostra il successo della scelta di assumere una prospettiva di lungo termine. 

Ecco perché abbiamo dato vita a questa collaborazione con la Oxford Smith School. Grazie alla loro vasta esperienza in materia di economia ambientale ed economie emergenti...

...Il Professor Hepburn e il suo team hanno elaborato informazioni introvabili altrove.

Laurent Ramsey
Laurent Ramsey, Managing Partner and Co-CEO

E, cosa straordinaria, lo hanno fatto attraverso la lente di uno degli eventi globali più traumatici nella memoria moderna.

Ad aggravare la sfida di come affrontare il pericolo a lungo termine rappresentato dal cambiamento climatico è intervenuta una crisi più immediata: la pandemia di COVID-19, che ha sconvolto le comunità di tutto il mondo. Come sottolinea questo documento, gli ingenti pacchetti fiscali e monetari che i governi continuano a mettere in campo per sostenere le loro economie nel breve termine possono contribuire in modo considerevole anche a limitare il riscaldamento globale nei prossimi decenni, se le risorse verranno investite in modo intelligente.

Fortunatamente, il peggiore dei casi, ossia non riuscire a fare null'altro per prevenire il riscaldamento globale rispetto a quanto già fatto, è improbabile. I governi, le aziende e i singoli individui hanno riconosciuto la necessità di agire e hanno messo in atto delle misure concrete.

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Il problema è piuttosto: quanto stiamo facendo? Non possiamo dare per scontato che tutto l'impegno proverrà dal mondo sviluppato. I Paesi emergenti rischiano di pagare un prezzo sproporzionato per gli effetti del riscaldamento globale. E riteniamo che siano all'altezza della sfida, anche perché l'adozione di misure contro il cambiamento climatico è un investimento che spesso porta notevoli benefici, non solo nel lungo termine.

In alcune aree, le economie emergenti sono ben posizionate per assumere persino un ruolo di guida. La Cina fa già la parte del leone nella produzione di celle fotovoltaiche, è in prima linea nella ricerca e sviluppo ed è uno dei Paesi a maggior tasso tecnologico. Le energie rinnovabili combinate con sistemi energetici decentralizzati potrebbero aiutare altre economie emergenti a smarcarsi dalla necessità di massicci investimenti in grandi reti. E man mano che le energie rinnovabili diventeranno più convenienti, molti di questi Paesi potrebbero finire col disporre di energia più economica rispetto alle controparti dei Paesi sviluppati.

Alcune delle misure che i governi stanno adottando, come il reindirizzamento dei sussidi per i combustibili fossili verso le fonti di energia rinnovabili, saranno inizialmente impopolari perché in contrasto con alcuni interessi di settore. Ma il vantaggio economico è evidente. Man mano che il costo dell'energia generata dalle energie rinnovabili diminuirà, i combustibili fossili diventeranno sempre meno interessanti e grandi infrastrutture dedicate alla produzione e all'uso di combustibili fossili verranno dismesse.

In ultima analisi, il lavoro svolto dal Professor Hepburn e dal suo team ci lascia ben sperare. Le sfide poste dal cambiamento climatico sono enormi, ma non insormontabili. E, in tutto questo, il mondo emergente ha sia un ruolo attivo da svolgere sia ricompense da raccogliere.

Scaricate la relazione completa (disponibile in inglese)

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Webcast con il Professor Cameron Hepburn e Laurent Ramsey

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Il costo del cambiamento climatico

Il cambiamento climatico causerà enormi danni alle economie, soprattutto nei Paesi emergenti. Se non si farà nulla per rallentare l'aumento della temperatura globale, in Cina la popolazione potrebbe essere più povera del 25% entro la fine del secolo rispetto al caso in cui non vi fossero ulteriori cambiamenti climatici. Per Brasile e India, la differenza potrebbe superare il 60%, secondo il modello elaborato dal team di economisti ambientali della Smith School della Oxford University in una nuova relazione sponsorizzata da Pictet Asset Management.

A livello globale il danno potrebbe raggiungere, nel peggiore dei casi, circa 500.000 miliardi di dollari: quasi la metà della potenziale produzione economica mondiale andrebbe persa entro la fine del secolo rispetto al dato potenziale in assenza di un ulteriore riscaldamento globale. Ma questo impatto non sarà distribuito in modo uniforme. Alcune delle principali economie emergenti sono esposte a un rischio maggiore, in particolare se lasceranno il pesante compito di rallentare il cambiamento climatico al mondo sviluppato e offriranno un contributo limitato. Particolarmente esposti a fattori quali l'innalzamento del livello dei mari, alla siccità e a gravi eventi atmosferici, questi Paesi devono intervenire per limitare il cambiamento climatico.

Il cambiamento climatico potrebbe costare circa
500 mila
miliardi di dollari alle economie di tutto il mondo entro la fine del secolo.
Fonte: Climate Change and Emerging Markets after COVID-19, ottobre 2020

Fortunatamente, sono sempre più consapevoli che l'impegno porterà dei vantaggi. In tutto il mondo, le persone sono consapevoli delle sfide poste dal cambiamento climatico e sanno che queste comportano una perdita di biodiversità, maggiori inondazioni, terreni agricoli aridi, incendi boschivi ed eventi simili. E quindi i governi sono costretti ad agire. Ciò rende lo scenario peggiore relativamente poco probabile.

Ma il semplice rispetto delle politiche attuali non è sufficiente.  La perdita di PIL potenziale pro capite sarebbe inferiore, ma non di tanto. Nel migliore dei casi, la perdita di PIL potenziale pro capite potrebbe essere ridotta dal 46% al 32%. E questo senza considerare gli effetti a cascata, impossibili da prevedere, in cui piccoli cambiamenti incrementali potrebbero portare improvvisamente a un risultato catastrofico.

Tuttavia, agendo collettivamente, i Paesi potrebbero recuperare una parte significativa della produzione persa in precedenza. Ciò significa un intervento da parte sia dei Paesi sviluppati che di quelli in via di sviluppo.

Lo scenario delle “politiche attuali” del team di Oxford prevede che, qualora gli sforzi provenissero solo dai Paesi più ricchi, il riscaldamento globale sarebbe superiore di circa 2,8°C rispetto ai livelli preindustriali, con un grado di riscaldamento già avvenuto. Se si riuscisse a ridurre tale aumento di temperatura a 1,6°C, tramite un programma ambizioso che comprendesse anche le economie emergenti, le potenziali perdite potrebbero ridursi a un quarto, se non meno.

Impatti sul PIL pro capite per Paese entro il 2100 in base allo scenario
% relativa a SSP2*
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Scenario con obiettivi ambiziosi: tutti i Paesi intraprendono un'azione climatica immediata, comprese le economie emergenti, limitando così l'aumento della temperatura media globale a 1,6°C al di sopra dei livelli preindustriali nel 2100.
Scenario in base alle politiche attuali: segue per lo più gli impegni politici attuali, prevedendo che gran parte delle iniziative venga intrapresa dai Paesi sviluppati (2,8°C nel 2100). 
Scenario peggiore: nessuna azione per contenere il cambiamento climatico globale (4,3°C nel 2100).

* I percorsi socioeconomici condivisi (Shared Socioeconomic Pathway, SSP) sono raggruppati in cinque percorsi socioeconomici di cambiamento globale modellati, ciascuno dei quali si basa su diverse alternative plausibili di evoluzione della società nel XXI secolo. SSP2: Denominato A metà strada, ipotizza un mondo che segue un percorso in cui le tendenze sociali, economiche e tecnologiche  seguono modelli storici, comprese la disuguaglianza nella crescita.

E in questo momento c'è un'opportunità unica per i Paesi, ricchi e poveri, di compiere progressi radicali per ridurre la probabilità di un cambiamento climatico catastrofico. La pandemia di COVID-19 è stata un enorme shock a livello globale. Le misure adottate per la salute pubblica, come i lockdown, hanno comportato ingenti costi finanziari. I governi hanno reagito rapidamente e si sono impegnati destinando vasti importi alla ripresa economica. In molti casi ha senso, dal punto di vista finanziario, che questa spesa sia diretta verso misure che contengono il cambiamento climatico.

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Difficoltà emergenti

Cina e India si stanno impegnando per esercitare una maggiore influenza geopolitica all'interno del mondo emergente, e oltre. Hanno parecchi obiettivi. Ad esempio, la Cina punta a essere leader mondiale nella tecnologia dell'intelligenza artificiale, l'India mira invece a prendere il posto della Cina nel settore manifatturiero. Ma nel lungo periodo di certo non raggiungeranno i loro obiettivi attraverso un conflitto armato per il possesso di un ghiacciaio sull'Himalaya.

Lo potranno fare invece solo collaborando verso lo stesso obiettivo: limitare il riscaldamento globale. E, così facendo, garantiranno anche la sopravvivenza del ghiacciaio che entrambe rivendicano.

Uno sforzo importante e comune per limitare l'aumento delle temperature globali nei prossimi decenni produrrà vantaggi significativi non solo in Cina e India, ma anche per le economie emergenti in generale. Se i Paesi sviluppati ed emergenti collaborassero per limitare il riscaldamento globale, potrebbero riuscire a dimezzare la perdita di produzione a cui andranno altrimenti incontro entro la fine del secolo.

Rispetto alle controparti sviluppate, le economie emergenti sono molto più esposte al rischio di un aumento delle temperature globali. Ad esempio, secondo il modello della Smith School della Oxford University contenuto nella relazione sponsorizzata da Pictet Asset Management, le principali città di tutto il mondo affrontano perdite annue tra 300 miliardi e 1.000 miliardi di dollari di produzione dovuti all’innalzamento del livello dei mari correlato al cambiamento climatico. La Cina da sola ha 15 città che rischiano di perdere fino al 4,7% del PIL pro capite all'anno a causa dell'innalzamento del livello dei mari.

Danni legati al livello dei mari
Perdite annue medie come quota del PIL, %
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