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Trumponomics

Lavoro, Pil e mercati finanziari: i numeri della presidenza Trump

Aprile 2018

A 15 mesi dall'insediamento della nuova amministrazione, gli Stati Uniti marciano con buoni ritmi di crescita. Le borse hanno toccato record storici e l'occupazione prosegue il trend inaugurato con Obama.

Potrebbe essere dovuto al nuovo corso della Casa Bianca, alla coda lunga di Obama o a una congiuntura che, grazie al sostegno della FED, ha permesso agli Stati Uniti di ripartire. Ma, al di là dei meriti, ci sono i dati: i 15 mesi della presidenza Trump hanno spinto i dati macroeconomici statunitensi.

La crescita del Pil

Dopo aver chiuso il 2016 con una crescita del Pil dell'1,5%, il 2017 ha accelerato, chiudendo con un +2,3%. Nell'ultimo trimestre dell'anno c'è stato un'indicazione ambivalente. Il progresso è stato del 2,9%: da una parte è stato inferiore rispetto a quello del trimestre precedente (+3,2%); dall'altra ha ritoccato al rialzo le attese, che indicavano un aumento del Pil pari al 2,5%. Per questioni legate alla stagionalità, si ipotizza un primo trimestre più debole. Il Beige Book della FED ha indicato comunque previsioni di crescita “robusta” e in linea con quanto previsto. Nonostante la preoccupazione per i dazi imposti da Trump. Potrebbero invece iniziare a vedersi le ricadute positive su spesa e investimenti dopo la riforma fiscale.

Il mercato del lavoro

Il tasso di disoccupazione continua a calare. A marzo si è attestato al 4,1%, 0,4 punti percentuali in meno rispetto allo stesso mese del 2017 e sempre più vicino al minimo storico: il 3,9% registrato nel 2001. Rispetto al momento più critico (il 2010), il tasso di disoccupazione si è più che dimezzato. Il deciso calo era iniziato durante la presidenza Obama: quando il predecessore di Trump ha lasciato la Casa Bianca, il tasso era già calato al 4,8%. Oltre a consolidare il calo dell'occupazione, le sfide che adesso l'attuale amministrazione deve affrontare sul mercato del lavoro sono due: aumentare la partecipazione e spingere i salari. Due sfide che sono intrecciate tra loro. Nonostante una disoccupazione bassa, infatti, il tasso di partecipazione è al 63%. Cioè a livelli lontani da quelli pre-recessione. Sono ancora tanti (95,3 milioni) gli americani che non lavorano né cercano di lavoro. Un dato sostanzialmente stabile nell'ultimo anno. E che incide su un incremento dei salari orari minore (+2,6% a febbraio) di quanto il tasso di disoccupazione farebbe sperare

I record di borsa

La sterzata più netta arrivata con l'elezione di Trump si è probabilmente osservata sui mercati azionari. Il Dow Jones ha raggiunto i massimi storici, abbattendo il muro dei 20 mila punti cinque giorni dopo l'elezione del nuovo presidente. I record sono arrivati sia per l'indice nel suo complesso, sia per il Dow Jones Industrial Average, che segue l'andamento delle 30 maggiori compagnie statunitensi. Da record sono anche le performance di Standard & Poor's 500 e Nasdaq. Secondo i sostenitori di Trump, la galoppata dei mercati sarebbe dovuta alle prospettive di crescitaa quelle di un taglio delle tasse (che è poi arrivato alla fine del 2017), di un piano di investimenti in infrastrutture e di un ritorno a uno sguardo nazionale rappresentato da quel “America first” sbandierato da Trump in campagna elettorale. Per gli avversari del presidente si tratta invece di dinamiche, a volte puramente speculative, che nulla hanno a che fare con le indicazioni politico-economiche della Casa Bianca.